La lettera di Veronica Berlusconi a Repubblica
Egregio
Direttore,
con difficoltà vinco la riservatezza che ha contraddistinto il mio modo di
essere nel corso dei 27 anni trascorsi accanto ad un uomo pubblico,
imprenditore prima e politico illustre poi, qual è mio marito. Ho ritenuto che
il mio ruolo dovesse essere circoscritto prevalentemente alla dimensione
privata, con lo scopo di portare serenità ed equilibrio nella mia famiglia. Ho
affrontato gli inevitabili contrasti e i momenti più dolorosi che un lungo
rapporto coniugale comporta con rispetto e discrezione. Ora scrivo per
esprimere la mia reazione alle affermazioni svolte da mio marito nel corso
della cena di gala che ha seguito la consegna dei Telegatti, dove, rivolgendosi
ad alcune delle signore presenti, si è lasciato andare a considerazioni per me
inaccettabili: " ... se non fossi già sposato la sposerei subito"
"con te andrei ovunque".
Sono affermazioni che interpreto come lesive della mia dignità, affermazioni
che per l´età, il ruolo politico e sociale, il contesto familiare (due figli da
un primo matrimonio e tre figli dal secondo) della persona da cui provengono,
non possono essere ridotte a scherzose esternazioni. A mio marito ed all´uomo
pubblico chiedo quindi pubbliche scuse, non avendone ricevute privatamente, e
con l´occasione chiedo anche se, come il personaggio di Catherine Dunne, debba
considerarmi "La metà di niente". Nel corso del rapporto con mio
marito ho scelto di non lasciare spazio al conflitto coniugale, anche quando i
suoi comportamenti ne hanno creato i presupposti. Questo per vari motivi: per
la serietà e la convinzione con la quale mi sono accostata a un progetto
familiare stabile, per la consapevolezza che, in parallelo alla modifica di
alcuni equilibri di coppia che il tempo produce, è cresciuta la dimensione
pubblica di mio marito, circostanza che ritengo debba incidere sulle scelte
individuali, anche con il ridimensionamento, ove necessario, dei desideri
personali. Ho sempre considerato le conseguenze che le mie eventuali prese di
posizione avrebbero potuto generare a carico di mio marito nella sua dimensione
extra familiare e le ricadute che avrebbero potuto esserci sui miei figli.
Questa linea di condotta incontra un unico limite, la mia dignità di donna che
deve costituire anche un esempio per i propri figli, diverso in ragione della
loro età e del loro sesso. Oggi nei confronti delle mie figlie femmine, ormai
adulte, l´esempio di donna capace di tutelare la propria dignità nei rapporti
con gli uomini assume un´importanza particolarmente pregnante, almeno tanto
quanto l´esempio di madre capace di amore materno che mi dicono rappresento per
loro; la difesa della mia dignità di donna ritengo possa aiutare mio figlio
maschio a non dimenticare mai di porre tra i suoi valori fondamentali il
rispetto per le donne, così che egli possa instaurare con loro rapporti sempre
sani ed equilibrati.
RingraziandoLa per avermi consentito attraverso questo spazio di esprimere il
mio pensiero, La saluto cordialmente.
Che ne pensate del contenuto di
questa clamorosa lettera? Attendo i vostri illuminanti commenti. Osvaldo :)
AlienAzione

In “AlienAzione” il gesto pittorico, la pennellata, tende
a prevalere, con tutta la sua carica di istintività, sul contenuto-forma
espresso nella figura pseudo-femminile che vedete. Un atto di liberazione dal
consueto, che trascende dalla bellezza terrestre migrando verso una concezione
più alta, oserei dire… universale. Ma è possibile tradurre in bellezza
universale ciò che appartiene alla nostra radicata cultura di evoluti ma
biocentrici animali terrestri? Difficile dirlo, e ancor di più crederlo. Eppure, mentre dipingevo
quest’opera, qualcosa mi diceva che stavo cogliendo nel segno. Ma verso quale
direzione? E verso quali risposte? I medesimi interrogativi che ora indirizzo a
chi sta leggendo questo post.
Una modella bellissima

Ovale del viso perfetto. Labbra carnose. Una leggera fossetta sul mento. Occhi penetranti e sguardo da sogno. Questa, da sempre, è la mia modella ideale. La mia vera musa ispiratrice. E a lei dedico quest’opera che la ritrae. Attorniata da una nuvola di baci, che come un orlo circonda il suo incantevole viso.
La casa delle anime

Nella “Casa delle
anime” tutto sembra immobile. Ma, in realtà, ogni cosa o persona è in continuo
movimento. Anche se a una lentezza tale da non essere percepita dai nostri
occhi, prima ancora che dalla nostra mente. Perché quella lentezza appartiene
al lieve passo dell’universo, dove nulla sembra mutare, ma dove a ogni istante
tutto cambia. Crederci o non crederci sta come all’esserci o al non esserci. Fattivamente,
e non solo spiritualmente. Io ci sono capitato per caso, una sola volta. Ma mi
è bastata per non scambiarla con una semplice illusione. Poi l’ho trasferita in
immagine. Quella che vedete. Sarà poco, ma è tutto quel che ho visto e provato.
E a me basta così.
Com’è, invece, la vostra casa delle anime? Come l’avete
immaginata? E una volta raffigurata nella mente, che sensazione ha lasciato in
voi?
Caduta libera

Dopo tanto pensare, ecco la mia seconda opera del 2007. Forse
vi starete chiedendo perché l’ho intitolata “Caduta libera”. E la risposta è che quelle parole cercano di
rappresentarci tutti. Poiché i termini “caduta” e “libera” sono una specie di ossimoro,
che tenta di tradurre l’attuale contraddizione del poter agire in piena
libertà, ma in una condizione di sprofondamento generale di ogni punto di
riferimento, tale da rendere quasi vane le nostre capacità di libera scelta e di
azione. Naturalmente, come si dovrebbe percepire dall’immagine, ogni persona
reagisce differentemente rispetto a quella simbolica caduta: c’è chi, facendo
finta che nulla stia accadendo, gioca e fluttua allegramente nell’aria; chi
guarda in basso per scorgere il fondo; chi, infine, è semplicemente terrorizzato
nel sentirsi cadere. Attorno a loro, però, dei vividi colori, anche se
slabbrati e deformati, ci inducono a pensare che, da un momento all’altro, gli
stessi potrebbero farci da “paracadute”. Perché quei colori rappresentano la
parte migliore di noi, quella che probabilmente riuscirà a non farci
sprofondare nell’indifferenza.
Detto questo, a parte
la validità estetica dell’opera, vorrei sapere da voi blogger se il contenuto
di questo mio lavoro ha un riscontro o meno con le vostre sensazioni riferite al
disagio inerente ai tempi che viviamo.
Enigma Poussin, due possibili soluzioni
La prima soluzione è quella dettata dagli autori Peter
Blake e Paul S. Blezard, nel loro libro-inchiesta “Il codice Arcadia” (quello
fornitomi da Maristella, che ringrazio). Ma prima di offrirvene una sintesi, premetto
che le conclusioni di “Pietro e Paolo” non mi convincono affatto, perché
alquanto arbitrarie e condite da molta (troppa) fantasia. Ad ogni modo, la
soluzione di Peter and Paul è quella che potete leggere di seguito.
Soluzione da “Il
codice Arcadia”. In
breve, gli autori del libro asseriscono che Nicolas Poussin: “…fu messo a parte
di un grande segreto perché lo potesse comunicare attraverso la sua arte a
quelli che erano in grado di decifrare il suo codice”. Il mezzo di tale
trasmissione sarebbe soprattutto la seconda versione de “I pastori d’Arcadia”,
che (come altre opere di altri artisti) celerebbe l’ideale disegno (ovvero il
“codice”) di un pentacolo (ricostruito dal prolungamento immaginario dei
bastoni dei tre pastori) indicante la zona in cui trovare la tomba riprodotta
nello stesso dipinto. Tomba (o tombe) che, sempre per gli autori, avrebbero
ospitato il corpo di Gesù ( trafugato dopo la crocifissione) e della sua
compagna Maria Maddalena nel territorio francese della Languedoc. Un territorio
i cui panorami idilliaci, caratterizzati da vita pastorale, spiegherebbero l’enigma
“Et in Arcadia ego”, sia perché in correlazione col mito dell’Arcadia, e sia
perché la possibile traduzione dell’enigma in “Anche io sono in Arcadia”, porterebbe
al nesso della tomba con le spoglie di un
“grande Io”, cioè di Gesù.
Una tesi, quella di Peter and Paul, che dal mio punto di
vista non sta in piedi a partire dalla base. Perché il trafugamento del corpo
di Cristo è una di quelle indigeribili panzane che non ha nessun fondamento
storico. Pura fantasia, insomma, smontata la quale tutto il castello di carte
proposto da “Il codice Arcadia” crolla su se stesso.
Invece, molto più prosaicamente e senza la presunzione di
aver capito tutto in pochi giorni di approfondimenti sul “Dossier Poussin”,
eccovi di seguito la mia tesi, favoritami anche dal prezioso aiuto di voi
blogger (tra i quali ringrazio Maristella Gulisano, Kia, Il Contastorie e Luca
Rinaldoni).
Soluzione dei blogger
di Leonardo. Già a
partire dalla prima versione de “I Pastori d’Arcadia”, Poussin sarà venuto a
conoscenza del memento mori bucolico (ispirato alle Egloghe di Virgilio) che il
Guercino aveva interpretato su tela. Ma è solo circa dieci anni dopo, che
Poussin, su commissione dell’agiato e colto cardinale Giulio Rospigliosi (il quale diventerà papa Clemente IX), viene
informato di una leggenda legata a Giuseppe
d’Arimatea. Un personaggio, questi, realmente esistito e ben presente in un
capitolo del Vangelo di Matteo che riporto di seguito.
Vangelo di Matteo (Capitolo 12,57): “Venuta la sera giunse un uomo
ricco di Arimatea, chiamato Giuseppe, il quale era diventato anche lui
discepolo di Gesù. Egli andò da Pilato e gli chiese il corpo di Gesù. Allora
Pilato ordinò che gli fosse consegnato. Giuseppe, preso il corpo di Gesù, lo
avvolse in un candido lenzuolo e lo depose nella sua tomba nuova, che si era
fatta scavare nella roccia; rotolata poi una gran pietra sulla porta del
sepolcro, se ne andò. Erano lì, davanti al sepolcro, Maria di Magdala e l'altra
Maria”.
Da qui in poi inizia la vera e propria leggenda. Una
vulgata partita dal Medioevo, per la quale, in sintesi, Giuseppe d’Arimatea, dopo
aver raccolto il sangue di Cristo crocifisso, fuggì alla volta di Marsiglia
assieme a Maria Maddalena. Ma qui
arriva il bello! Perché, ancora oggi, nei pressi d Marsiglia (in una grotta della foresta sacra di Sainte-Baume), le
presunte reliquie di Maria Maddalena vengono conservate e venerate! Un’altra
leggenda, poi, narra che Maria Maddalena mori in Provenza in un villaggio di pastori. Ed è qui che, secondo me, si
chiude il cerchio sull’enigma d Poussin. Il quale, invitato dal cardinal
Rospigliosi (o chi per lui) a trasferire su tela una leggenda alquanto eretica,
lo fece ubbidendo alle indicazioni del committente, ma senza aver riscontri
storici precisi riguardo alla tomba di Maria Maddalena che andava dipingendo. Un
caso, come tanti, di un pittore legato pìù al mecenatismo dei suoi committenti
che alla propria convinzione, in quanto collegata a nulla di più che a un sentito
dire e a una leggenda.
Ad ogni modo, qual è la soluzione che vi convince di più?
Il segreto di Nicolas Poussin
Risolvere misteri è
la vostra passione?
Ma spesso vi rammaricate perché non vi hanno mai dato modo di metterla in
pratica? Beh, se è davvero così, vi propongo una sorta di “caccia al tesoro”, alla scoperta di un enigma vecchio di oltre quattrocento
anni! Il bello è che potrete farlo anche senza muovere un passo dalla vostra
postazione pc, dato che tutte (o quasi) le vostre (e mie) ricerche potranno
essere condotte su Internet, o meglio tramite i suoi motori di ricerca, tra i quali
vi consiglio vivamente quello di http://www.google.it/.
Il punto di partenza della nostra “caccia al tesoro” è un enigma
irrisolto che avvolge impenetrabilmente due opere dell’artista francese Nicolas Poussin (Les Andelys, Francia 1594
– Roma, Italia 1665). Tali dipinti hanno per titolo: I Pastori d’Arcadia (orig.
Les Bergeres d’Arcadie), un olio su
tela databile al 1629-30, ora conservato alla Devonshire Collection di
Chatsworth,

e I Pastori d’Arcadia (II), altro olio su tela eseguito negli
anni 1638-39 (ma per alcuni nel 1642, quando Poussin venne chiamato a Roma),
ora visionabile al Louvre di Parigi.

Due opere “gemelle” sicuramente ispirate da un precedente
dipinto di Francesco Barbieri, detto
il Guercino, un olio su tela del
1618, conservato alla Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini in Roma,
intitolato Et in Arcadia ego.

L’ispirazione è data per certa, perché l’iscrizione
presente nell’opera guerciniana è la stessa che appare sotto forma di epigrafe
(per giunta indicata dai “pastori”) in entrambe le tele di Poussin già
menzionate. Ma non è tutto. Perché quell’enigmatica scritta è presente anche
nella lapide funeraria di Nicolas Poussin (all’interno della Basilica di San
Lorenzo in Lucina di Roma), ancora con i medesimi “pastori” ad indicarne le
lettere.
Dunque il mistero è
questo: per quale arcano motivo l’epigrafe ET IN ARCADIA EGO accompagnò Poussin
in ben due suoi dipinti e persino sulla sua stele tombale? E, infine, cosa si
cela dietro a quell’iscrizione? La via per un tesoro? Una verità celata e
riservata a pochi eletti?
A voi la soluzione del mistero. I cui indizi iniziali
partono dalla traduzione di ET IN ARCADIA EGO, che dal latino viene variamente
tradotta in: “E in Arcadia io…” o “Anche io (la morte) sono in Arcadia”. Sapendo
che l’Arcadia, per la descrizione
che ne fa wikipedia (vedi: http://it.wikipedia.org/wiki/Arcadia)
è: una regione agricola e pastorale della Grecia, al centro del Peloponneso, ma
andrebbe più correttamente intesa come un luogo ideale di vita amena, idillica
e del tutto separata dalla realtà, come, appunto, nella favolosa e mitica
regione greca dell'Arcadia.
Allora, che aspettate?! La iniziamo o no questa caccia al
mistero? Appena trovate qualcosa vi invito ad inserire i vostri “commenti
d’indagine” nel post di riferimento. Ciao a tutte e tutti! E buona caccia!
Osvaldo :)
Ombre sul fiume

Tutte le volte che mi è capitato di soggiornare sulle rive di un fiume, mi sono reso conto di perdere con estrema naturalezza (e con un sottile piacere) le nozioni del tempo e dello spazio. Ma a che serve controllare che ore sono, se a stabilirlo lo sono già le ombre sul fiume e il preciso declinare delle luci nel cielo? E cosa importa sapere dove si è esattamente situati, se i confini naturali del territorio lo demarcano già di per sé? E poi c’è la gente di fiume a indurti ad altri pensieri. Gente di un altro pianeta rispetto a quella di città. Perché per loro non c’è nulla di più semplice che affidarsi alla natura per soddisfare i propri bisogni primari. Serve della legna per il camino o per i fornelli? Detto fatto, si va fuori e si spacca qualche ceppo con l’ascia. Per un secondo piatto si ha voglia di una gustosa frittata con zucchine? Nessun problema. Perché “Pasqualina” e le sue amiche, anche quel giorno, avranno depositato più uova di quanto ce ne sia bisogno. E riguardo alle zucchine, basta raccoglierne qualcuna in un orto deliziosamente permeato dagli odori di pomodori, prezzemolo e salvia. Più tardi, poi, Andrea passerà con il suo barcone a portarci dei lucci appena pescati, il cui fragrante sapore resterà sempre ignoto ai signori di città. Ma la gente di fiume è speciale soprattutto di sera. Perché tra loro esistono donne come Angelina, che, verso l’imbrunire, stufa di sorbirsi l’ennesimo quiz a premi trasmesso in tv, spesso e volentieri si rivolge a tutte e tutti iniziando a raccontare leggende e fatti legati al fiume.

Come quel racconto in cui quattro donne, dai
corpi nudi, diafani e come di schiuma, le apparvero sulla riva opposta del
fiume. Poi, dal nulla, le si materializzò davanti anche una specie di
tempietto. All’interno del quale una quinta donna, sempre di schiuma, si
rivolse proprio ad Angelina, ma muovendo solo le labbra, e quindi con parole
inavvertibili dalla nostra affabulatrice. Poi tutto scomparve, e Angelina fu
assalita dal dubbio che nulla di ciò che aveva visto fosse davvero accaduto. Ma
alla fine di quel racconto, quella sera, la più piccola delle ascoltatrici
chiese: “Erano degli angeli, zia?”. “Può darsi, amore, può darsi…”, le rispose
Angelina. E nel farlo si mise una mano alla bocca come fosse imbarazzata al
solo pensarlo. Questo racconto, fatto di cinque esseri di schiuma, è il tema della
mia opera intitolata “Ombre sul fiume”.
“La culla” di Francesco Maria Tipaldi
“La culla” di Francesco Maria
Tipaldi
Poesie argonautiche
recensione di Osvaldo Contenti

Non c’è poeta più radicalmente lunare di Francesco Maria Tipaldi. Poiché la sua
notte profonda ha origine da dove Tutto ha origine: l’oscurità del grembo
materno. Ed è da quella notte uterina,
fatta di carne e sangue, che il poeta trae spunto (forse, memoria) per cantare le
sue lodi alla vita e alla non vita.
“Siamo uomini non
morti (o morti solo per metà) tra le favole senza morale…”, scrive,
infatti, l’autore nei suoi Vespri. Rammentandosi
e rammentandoci quel poco che siamo: chimica sospesa tra l’essere e il divenire,
grazie a una Dea Madre che però più nessuno idolatra.
Invece, Francesco Maria ricorda ed
è grato alla Dea. Concependo, egli stesso, la sua avventura umana come quella
di un argonauta sbarcato in un mondo
[... segue su Palcoweb.it]
Ritratto di Helga

Mi hanno fatto notare che, quasi sempre, nei ritratti che
eseguo il soggetto guarda dritto verso di me. Verissimo! E il perché mi è molto
chiaro, dato che considero ogni soggetto non un manichino, ma una persona con
la quale interagire a più livelli
sensoriali. In una comunicazione fatta soprattutto di sguardi reciproci, attraverso i quali, il più delle volte, riesco a tradurre
l’effettiva trama psicologica di chi mi sta di fronte. Quando ciò avviene il
ritratto è risolto di per sé, senza aggiunte o ripensamenti. E a fine ritratto
è proprio al soggetto immortalato che chiedo un primo giudizio sull’opera. Chi,
se non lui (o lei, in questo caso) potrebbe più di altri rispecchiarvisi o meno,
notando ciò che un osservatore esterno non potrebbe mai notare? Ed Helga, la modella ritratta nell’opera
che vedete, a lavoro finito mi disse che mai nessuno prima aveva colto la malizia presente nel suo sguardo,
che lei stessa, con stupore, vedeva per la prima volta in una superficie che
non fosse uno specchio. L’osservazione mi riempì di soddisfazione. Perché
tramite una grafia alquanto sottile ero riuscito a imprimere un ampio ritratto psicologico. Tutto ciò a
prescindere dalla validità complessiva dell’opera, che ora lascio interamente al
vostro illuminato giudizio.
Ripensando a Carlo Lizzani…
Mettendo
in ordine il mio archivio fotografico del 2006, è stato un gran piacere ritrovare
uno scatto che indirizzai al regista e storico del cinema Carlo Lizzani. Quella foto (che vedete allegata al post) risale al
2 Febbraio dello scorso anno, e ritrae Lizzani durante un suo intervento, alla Casa del Cinema di Roma, mentre
commemorava la vita e l’opera cinematografica di un suo illustre collega: il
regista Mario Camerini, scomparso 25
anni prima, precisamente il 4 Febbraio del 1981. Difatti, alle spalle di
Lizzani, è ben visibile il manifesto de “I
Promessi Sposi”, una delle pellicole più significative di Camerini, di cui,
in quella occasione, ne veniva annunciato il restauro. E proprio Lizzani, col
suo solito, inconfondibile acume, in quell’occasione definiva Camerini come: “Il
grande confessore della piccola borghesia italiana, dolcemente addormentata
sotto il ventennio”. Che eloquio straordinario il suo! Diretto, sintetico,
eppure così illuminato e denso di contenuti! Lo stesso che riscontrai
intervistandolo a più riprese. Con la sorpresa che, “sbobinando” quelle sue interviste,
a differenza di altri, potei verificare che nelle sue parole non c’era nessuna
distonia tra italiano parlato e quello da trascrivere. Ce ne fossero di persone
come lui in giro per l’Italia! Ma, almeno nella mia esperienza (davvero non
scarsa), è sempre più difficile incontrare individui che sappiano e amino
parlare un italiano corretto. Forse a causa dei cattivi esempi fornitici da
alcuni uomini politici, la cui capacità oratoria (ma anche l’elementare abilità
di coniugare dei semplici congiuntivi) è inversamente proporzionale alla loro
smisurata spocchia. Ondate di blu elettrico

Per realizzare quest’opera mi sono lasciato ispirare e
trasportare dalla Rapsodia in blu di
George Gershwin. In realtà, molto
spesso, mentre dipingo accompagno l’attività creativa all’ascolto di un brano
musicale ad hoc, per armonizzare e coniugare non solo l’idea pittorica, ma
anche il gesto che l’accompagna, al fine di instaurare una specie di melange simbiotico con i ritmi e le
cadenze della melodia che ho scelto. E in questo “Ondate di blu elettrico”, il ritmo, anche se congelato, era un
elemento essenziale da trasferire sia nella figura femminile che
nell’alternarsi delle onde che la circondano. Il significato dell’opera in sé,
poi, è talmente evidente da non aver bisogno di ulteriori spiegazioni. Ma ciò
che mi preme dire è che si tratta della mia prima opera del 2007. E come tale segna un nuovo inizio. E non solo
simbolico, perché, nella mia esperienza, ogni prima opera di un nuovo anno ha
sempre indicato il tragitto che intraprenderò nell’immediato futuro. Il tutto
come indicazione istintiva, ma proprio per questo molto più lesta della ragione
nel suggerirmi la via da seguire. Una via alla quale ancora non so dare un
nome. Ma il bello consisterà proprio nello scoprirlo mentre la percorrerò!
Un’indagine creativa che, forse, risolverò a fine anno.
Dedicato a Giovanna Nigris

“Emersione” è
un’opera in cui ho voluto rendere emblematico un deciso moto di risalita dagli
abissi marini. Una semplice metafora indirizzata a chi, anche una sola volta
nella vita, abbia avuto la netta consapevolezza di sentirsi intrappolato in un
ambiente ostile, dal quale sembrerebbe impossibile svincolarsi. Ma l’emergere
dalle difficoltà della vita è una tra le più alte qualità umane. Per questo
dedico questo mio lavoro alla volitiva Giovanna
Nigris, indirizzandole un abbraccio di fattiva solidarietà.
UN GRAVE CASO DI MOBBING
Giacomo Montana mi segnala un grave caso di
mobbing procurato alla signora Giovanna
Nigris, della quale, di seguito, potete leggere una parte della
testimonianza inerente alla sua drammatica vicenda umana e professionale.
A causa di artifizi politici, verosimilmente perché
sospettata di essere stata informatrice della Polizia relativamente all'arresto
del mio ex capo ufficio, durante le inchieste denominate "Mani
Pulite", da impiegata amministrativa mi hanno fatta lavorare in ospedale
per circa tre anni in ambiente contaminato e senza alcun mezzo di protezione,
assicurandomi che potevo stare tranquilla e che non correvo alcun pericolo di
essere contagiata da malattie infettive. Questo è esattamente il contrario di
quanto invece mi è accaduto. Infatti in tale ambiente ho contratto la
tubercolosi con evoluzione e localizzazione renale, reumatica e cardiaca. Come
si vedrà più avanti nel sito, il processo penale instaurato all'inizio della
malattia non ha mai avuto luogo e sono stati mantenuti per parecchi anni in
attesa di giudizio quattro imputati di lesioni colpose gravissime ai miei danni
per l'avvenuto contagio sul luogo di lavoro (tre medici e un dirigente
amministrativo dell'Ospedale Fatebenefratelli e Oftalmico di Milano), ciò sino
al raggiungimento della prescrizione dei reati. Prima di subire queste
torture non avrei mai creduto che queste luride situazioni accadessero in
Italia ad una donna che lavora e che ha subito reati in un servizio di pubblica
utilità. Evidentemente viene preferito criticare i crimini commessi in altri
paesi per affossare e nascondere i propri nei vari "polveroni"…
(clicca su Giovanna Nigris per leggere il resto del suo resoconto e firmare una petizione a suo
favore)



